“Cos’è la diversità? Non saprei rispondere”.

Peppe Barbera è l’anima creativa dell’Anffas di Civitanova Marche.
Non riesco più a stare dietro a termini che definiscono quello che noi facciamo – continua – e sono stanco di parole come disabile o diversamente abile. Faccio fatica a riconoscere questo concetto perché snatura quello che in realtà siamo tutti, parti di genere umano. Fare distinzioni è limitante. Ovvio, il nostro lavoro segue una linea educativa specifica e certi ospiti dell’Anffas hanno bisogno di cure e attenzioni particolari. Ma non significa che dobbiamo metterci su piani differenti”.

Peppe, quale è stata la tua prima esperienza con l’Anffas?

Ogni Natale l’Anffas di Civitanova organizza uno spettacolo. Una quindicina d’anni fa una mia amica mi portò a vedere un filmino che era stato realizzato con i ragazzi. Sono un appassionato di cinema e mi sono incuriosito. Quella proiezione è stato il mio primo incontro con questa realtà e rimasi subito impressionato da quella simpatia e da quel tipo di umanità che traspare dietro ogni sguardo. Una sensazione che mi è rimasta dentro, tanto che, passato qualche mese, mi sono proposto di organizzare un reading di poesia solidale verso l’Anffas. Da qui è nato un lungo percorso, che mi ha portato da volontario fino ad operatore”.


L’Anffas come è entrata nella tua vita?

Ci è entrata per cambiarla. Ho fatto tantissimi lavori prima di avvicinarmi all’Anffas, ma nulla che mi interessasse veramente. Sono portato alle relazioni, ho bisogno di contatti e con i ragazzi si è instaurato subito un confronto che per me è salvifico. Mi fa star bene. Ogni giorno qui è un intreccio di storie, un essere in balia delle realtà quotidiane fatte di gioie, di malinconie. Questi umori ti costringono (fortunatamente) all’empatia e all’ascolto. Confrontarsi con l’altro significa dialogo, comprensione, accettazione e conoscenza di te stesso e di chi ti sta attorno”.


Un vivere senza filtri…

I nostri ragazzi non hanno filtri. C’è una sincerità palese, che spesso dimentichiamo di avere anche noi, troppo concentrati a salvare le apparenze. Ma io preferisco i contesti senza ipocrisia”.


L’Anffas di Civitanova è un pò una grande famiglia… 

Chi fa il nostro mestiere sa che non dovrebbe mai riportarsi il lavoro a casa. È un trucco per reggere meglio lo stress del tipo di operato, ma per noi è impossibile. Intanto perché con i colleghi si è sempre instaurato un rapporto di forte amicizia e di affiatamento. Poi perché viviamo l’Anffas tutti i giorni e tutte le notti e con i ragazzi siamo a contatto in relazioni uniche. Non ci sono barriere, diventa tutto normale. Ecco, ci sentiamo  una famiglia nel termine più nobile”.

Cosa suggeriresti a chi volesse avvicinarsi all’Anffas, magari come volontario?

Forse è banale, ma la sacrosanta verità è che bisogna vivere i ragazzi, stare il più dentro possibile alle loro vite. Il nostro racconto può arrivare dai social o dalle iniziative che facciamo con la città, ma è nulla in confronto alla nostra quotidianità. Abbiamo un retaggio culturale circa la disabilità a volte sballato, che non ci fa pensare che può esserci anche un modo differente per approcciarsi con l’altro, più scanzonato e gioioso. Un modo più facile. Il mio augurio è che ci sia uno sforzo collettivo per cambiare la mentalità